
Breve storia della coltivazione
di Enrico Biancardi
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| Rappresentazione del fittone radicale, dell'apparato fogliare e dello scapo fiorale della bietola (Runkelrübe) utilizzata da Achard per le sue esperienze di coltivazione e di estrazione. |
Il genere Beta, al quale
la barbabietola appartiene, fa parte della famiglia delle chenopodiacee, come
lo spinacio. Al genere, secondo la classificazione di Ulbrich, appartengono
altre 13 specie. A parte la barbabietola (Beta vulgaris L.), le altre specie
non sono coltivate ed hanno interesse solo come fonte di caratteri utili per
la selezione. La specie coltivata ha subito nel tempo un'accentuata differenziazione,
è stata quindi suddivisa in quattro varietà: Beta vulgaris var.
saccharifera (barbabietola da zucchero), crassa (da foraggio), cruenta (rossa
da insalata) e cycla (da costa).
Se limpiego della bietola come pianta industriale è perfettamente
databile, ben poco si sa sulle sue origini come specie agraria. Probabilmente
la pianta coltivata nellantichità derivava da Beta maritima L.,
specie selvatica diffusa specialmente lungo i litorali del Mediterraneo. Linconscia
ma efficace selezione praticata dalluomo ha prodotto con il tempo un
abnorme sviluppo della radice, fino a renderla irriconoscibile da quella piccola,
legnosa e ramificata della bietola selvatica. All'inizio fu utilizzata solo
la foglia, in seguito, ai tempi della Roma imperiale, comparve il tipo da
radice simile all'attuale bietola rossa. Altrettanto incerta è la derivazione
della bietola da foraggio, coltivata in Spagna e nellEuropa centrale
verso il 1500 e che fu impiegata da Achard per costituire la "Bianca
di Slesia", la capostipite di tutte le varietà da zucchero.
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| Victor e Helen Savitsky ritratti in una foto di incerta origine. A lui si deve l'applicazione pratica della monogermia genetica. Helen, che ha posto tra l'altro le basi per la ricerca della resistenza ai nematodi, ebbe un ruolo fondamentale nella scoperta attribuita al marito. |
Fino al 1950, le varietà coltivate conservarono la struttura genetica della Bianca di Slesia. Il seme in uso era un glomerulo formato da più semi saldati assieme e contenenti un embrione ciascuno. La germinazione del glomerulo originava fino a 5 o 6 piantine che, dovendosi sviluppare in poco spazio, entravano ben presto in competizione con scarsi esiti produttivi. Si rendeva quindi necessario diradare a mano la coltura, lasciando soltanto piantine isolate ad una determinata spaziatura. Furono tentate diverse vie per eliminare o snellire loperazione, che richiedeva circa 100 ore di manodopera per ettaro. Furono provate diradatrici meccaniche che dovevano imitare il lavoro eseguito a mano. S'impiegarono nuovi tipi di seminatrici che deponevano i glomeruli uno per uno a distanze prestabilite. Si provò a spezzare il glomerulo nei suoi componenti monogermi che erano poi distribuiti ad intervalli regolari con apposite seminatrici. In questa maniera si ottenevano effettivamente piantine isolate senza bisogno d'interventi successivi. Il seme monogerme "tecnico" ebbe una discreta diffusione, anche se la segmentazione, un trattamento molto energico, abbassava in maniera notevole la germinabilità.
La soluzione del problema
fu trovata nel 1948 dallamericano d'origine russa Victor Savitsky. Il
selezionatore individuò, in un campo di bietole a fiore della varietà
"Michigan 18", alcune piante che presentavano i fiori isolati anziché
riuniti in infiorescenze come sulle piante normali. I fiori del primo tipo
maturano un seme monogerme (con un solo embrione), mentre quelli normali si
saldano in un glomerulo plurigerme. Limpiego pratico del seme monogerme
genetico si è diffuso prima negli USA, poi in Europa a partire dal
1962. Il seme oggi utilizzato è quasi tutto monogerme genetico.
Altri progressi sono stati possibili con l'applicazione pratica della maschiosterilità
genetica e della tetraploidia, scoperte entrambe verso il 1940, che permisero
la costituzione delle odierne varietà ibride. Da allora, le produzioni
si sono continuamente incrementate anche grazie al miglioramento delle resistenze
genetiche a due malattie gravi: la cercospora e la rizomania. Nell'aumento
delle rese non si deve dimenticare il contributo della difesa chimica dalle
malattie e dalle malerbe, della concimazione e della meccanizzazione. Per
il prossimo futuro è già quasi pronta la barbabietola resistente
agli erbicidi totali.